Quando gioca l’Italia i pericoli di ordine pubblico non si avvertono ed è anche per questo che allo stadio si vedono sempre tanti bambini, donne e famiglie. Gli ultrà non ci sono e se sono presenti, sono in vesti pacifiche. Mancano un paio d’ore alla partita, ci avviamo verso lo stadio Ferraris, percorrendo le strade di Genova. La città è brulicante, c’è attesa. Chiamo un amico, che è nel centro di Genova e mi dice che i tifosi serbi sono molto rumorosi, agitati e ubriachi probabilmente: sono in giro da qualche ora e si fanno sentire causando già qualche problema. Mi dice che la polizia li sta scortando verso lo stadio in fretta e furia.
Gli rispondo che è normale, la tifoseria serba è notoriamente molto accesa, dai forti connotati nazionalisti. Sento sirene, cori e caos al telefono. Lo saluto e gli dico che è tutto ordinario: i tifosi in trasferta sono sempre un po’ esuberanti, ma non c’è da preoccuparsi.
Gli rispondo che è normale, la tifoseria serba è notoriamente molto accesa, dai forti connotati nazionalisti. Sento sirene, cori e caos al telefono. Lo saluto e gli dico che è tutto ordinario: i tifosi in trasferta sono sempre un po’ esuberanti, ma non c’è da preoccuparsi.
Entriamo nella zona di prefiltraggio. I controlli solitamente sono veloci, ma durante le partite della Nazionale si sa che non sono così approfonditi. Mostro biglietto e documenti. Poi uno steward mi controlla lo zaino: là dentro ho solo una giacca in più contro la possibile emergenza vento di Genova, bandiere, cappelli..
All’ingresso dello stadio un altro controllo. Apro lo zaino in favore di uno steward e lo analizza velocemente al metal detector. Mi dico: “allora le verifiche si fanno per davvero negli stadi, non mi era mai successo di essere fermato per ben due volte. Le cose funzionano davvero oppure c’è qualcosa di strano nell’aria?”. Penso, in buona fede, alla prima opzione. Poi mi chiederò se i serbi abbiano subito lo stesso trattamento.
Entriamo e prendiamo posto. Lo stadio di Marassi si va riempiendo, ci sono molte famiglie, bambini, ragazzi, gente che va a vedere tutte le domeniche i propri idoli, genoani o sampdoriani che siano. Il settore dei tifosi ospiti è pieno e le cose sembrano funzionare. I serbi applaudono i propri giocatori, li incitano, danno prova di conoscere bene la lingua italiana, insultando i tifosi azzurri (cortesie prontamente ricambiate dagli italiani). È tutto normale, siamo allo stadio, non certo all’Opera. Le squadre vanno fuori dal campo, tra poco si comincerà a giocare.
A un certo punto parte un razzo dalla “gabbia” del settore ospiti, qualcosa non avrà funzionato nei controlli, ma finché è solo un fumogeno, va bene. In fondo siamo allo stadio e le cose che non si possono portare qua dentro, a volte, ci finiscono lo stesso. Partono altri razzi, alcuni raggiungono la gradinata Nord, diversi tifosi rischiano l’incolumità. Degli ultras serbi si arrampicano sulla recinzione e sfidano tutto e tutti, tagliando le reti di protezione. Sembrano infuriati, ma la partita non è ancora iniziata, non c’è stato ancora nessun torto arbitrale, neanche un’occasione fallita. Perché?Intanto la banda de La Spezia fa il suo ingresso in campo. È il segnale, per chi segue le partite degli Azzurri, che manca poco all’inizio. Ci si appresta a cantare l’inno nazionale. I musicisti non suonano però, sono in formazione sul lato della gradinata Sud di Marassi e aspettano: la scena è ora tutta per gli ultrà serbi, che continuano le loro intemperanze.
Dopo venti minuti di schermaglie, la polizia, in assetto antisommossa, entra sul terreno di gioco. Mi chiedo: “ma dove siamo? Ad Asunción, Buenos Aires oppure a Genova? Si può giocare una partita della Nazionale così? A un certo punto, il capo degli ultras brucia una bandiera albanese (la maggioranza dei kosovari è di origine albanese): siamo in Europa, altro che Sudamerica!”. La banda è ancora ferma, infreddolita e attende ordini, fa quasi pena; dall’altra parte c’è il fumo dei bengala lanciati: istantanee davvero deprimenti.
Ci chiediamo se la partita può essere giocata in queste condizioni. Iniziamo a capire che tutto questo è surreale. Intorno a noi tifosi inferociti: “se si giocasse a Napoli o Roma, quegli animali non uscivano dallo stadio o nemmeno ci entravano! I tifosi del Nord sono troppo morbidi”.
Sembra che i serbi si calmino, la polizia li ha intimoriti; così le squadre entrano in campo. Partono gli inni: il rituale si ricompone, anche se in ritardo di mezz’ora, ma forse si comincia, siamo quasi rassicurati. L’inno serbo è fischiato da tutto lo stadio, dopo non si sente quasi partire quello italiano. Si canta. Il minuto di silenzio in onore dei militari italiani morti in Afghanistan e subito interrotto dagli applausi di Marassi, dura sì o no dieci secondi. Non c’è tempo, bisogna giocare.
Sembra che i serbi si calmino, la polizia li ha intimoriti; così le squadre entrano in campo. Partono gli inni: il rituale si ricompone, anche se in ritardo di mezz’ora, ma forse si comincia, siamo quasi rassicurati. L’inno serbo è fischiato da tutto lo stadio, dopo non si sente quasi partire quello italiano. Si canta. Il minuto di silenzio in onore dei militari italiani morti in Afghanistan e subito interrotto dagli applausi di Marassi, dura sì o no dieci secondi. Non c’è tempo, bisogna giocare.
La partita non dura nemmeno sette minuti. Rimaniamo tutti delusi (ma non sorpresi), un po’ rapiti dallo spettacolo avvilente che arriva dal settore ospiti. Perplessi dall’atteggiamento dei giocatori serbi che, nel tentativo di calmare gli ultrà, si battono la mano sul petto e fanno il segno delle tre dita (il saluto nazionalista serbo), alcuni applaudono. Mi chiedo se anche loro non siano ostaggi di quei teppisti.
Fumogeni ed esplosioni. I bambini sono ancora nel settore dedicato a loro, forse era meglio portarli via prima, chissà cosa avranno capito da tutto questo, sembra che siano al cinema, seduti a vedere un film d’azione. Quelli nella gradinata Sud sono increduli, non capiscono; nella Nord si cerca di stare il più lontano possibile dal lancio dei razzi.
Fumogeni ed esplosioni. I bambini sono ancora nel settore dedicato a loro, forse era meglio portarli via prima, chissà cosa avranno capito da tutto questo, sembra che siano al cinema, seduti a vedere un film d’azione. Quelli nella gradinata Sud sono increduli, non capiscono; nella Nord si cerca di stare il più lontano possibile dal lancio dei razzi.
Nessuno avrebbe davvero voglia di andare via, vorrebbero vedere una partita di calcio e divertirsi. Niente, stasera, non si può, non si “deve” giocare. Ci guardiamo e andiamo via, delusi e increduli. Siamo testimoni di un evento eccezionale: mai una partita dell’Italia era stata sospesa per incidenti sugli spalti, ma non c’era altra soluzione. Se questo può essere un “motivo di soddisfazione”, ci scappa un sorrisino amaro..
Rimangono le immagini di un energumeno mascherato che fa fermare una partita internazionale assieme ad alcune centinaia di teppisti, mentre la bandiera della UEFA con lo slogan del Fair Play giace sul terreno di gioco, in mezzo ai fotografi, allontanati dalla polizia verso luoghi più sicuri.
Usciamo dallo stadio. Intorno c’è tensione, si urla, i genitori cercano di tranquillizzare i figli, ma dentro Marassi l’inferno continua. Ci allontaniamo delusi e intanto incrociamo le camionette della polizia che portano i rinforzi in città. La serata a Genova sta continuando ed è una guerra.
E pensare che per noi tifosi doveva essere soltanto una partita.
Rimangono le immagini di un energumeno mascherato che fa fermare una partita internazionale assieme ad alcune centinaia di teppisti, mentre la bandiera della UEFA con lo slogan del Fair Play giace sul terreno di gioco, in mezzo ai fotografi, allontanati dalla polizia verso luoghi più sicuri.
Usciamo dallo stadio. Intorno c’è tensione, si urla, i genitori cercano di tranquillizzare i figli, ma dentro Marassi l’inferno continua. Ci allontaniamo delusi e intanto incrociamo le camionette della polizia che portano i rinforzi in città. La serata a Genova sta continuando ed è una guerra.
E pensare che per noi tifosi doveva essere soltanto una partita.
("Nuova Società ")
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